“…Ma se segue una disgrazia, allora pagherai vita per vita: occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido…”. Esodo 21,23-25

Diamo a Cesare quel che è di Cesare…

Eh si, dopo tanto peregrinare, sono giunto al punto di dover rendere merito alle ragioni del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che da sempre va affermando, a destra e a manca, che l’Italia necessiti di una profonda Riforma Giudiziaria. Dopo tutto, come si sente dire incessantemente da più parti, quasi fosse un vecchio disco rotto: “è quello che gli Italiani vogliono”!

Peccato che, con tutta probabilità, la stragrande maggioranza dei cittadini proporrebbe delle “ricette” assai differenti, da quelle dominanti in ambito Governativo, per ridare un senso alla parola Giustizia.

Dopo tutto è quantomeno assurdo, finanche ridicolo, che ci si preoccupi tanto di Tribunali e Magistrati, giusto il tempo necessario a salvaguardare la fedina penale della Quarta Carica dello Stato, attraverso Lodi, contro-Lodi, Impedimenti più o meno legittimi e prescrizioni affrettate ed onnicomprensive. Già, è una cosa assurda, sebbene sia cosa nota ed assodata, già da qualche lustro…

Ciò di cui si sente davvero il bisogno, ha un solo nome: certezza della pena.

Il motivo è semplice. In anni di malversazione Politica e di conseguente auto-salvaguardia Parlamentare, si è scivolati in una forma di garantismo servile ed immorale che ha premiato i Potenti – mettendo in secondo piano le esigenze dei cittadini – e che ha portato all’odierna crisi sistemica del potere giudiziario.

Il fuoco di fila cui sono soggetti con beffarda e calcolata costanza i Giudici, le Procure della Repubblica e addirittura la Corte Costituzionale, ha finito per “scambiare le parti”, gettando biasimo e discredito su un Potere dello Stato – descritto quasi come una moderna Inquisizione – e glorificando come perseguitati, o peggio come martiri, furbi, ladri e criminali di ogni risma. Tutto per il sommo compiacimento di un tal qualcuno…

L’ombra del dubbio ed il fardello della colpevolezza sono passati, un poco alla volta, dalle spalle degli inquisiti e degli imputati, a quelle di quanti siano chiamati a punire l’illegalità nel nome del popolo. A forza di depenalizzazioni, di modifiche dei Codici pastrocchiate ed “interessate” e di funambolici articoli “salva-amici”, non esiste più alcun effetto preventivo e dissuasivo delle Norme.

Io non transigo nel ritenere che del sano giustizialismo ridarebbe valore al rispetto della Legge e renderebbe certamente meno “utile” il fatto di aggirarla o calpestarla. E poi sarebbe un buon modo per ridar fiducia a tanta gente, che giorno dopo giorno finisce per convincersi che l’onestà non paghi più. Peccato solo che là dove è la cura, risieda anche il male…

A mio avviso, oggigiorno chi delinque gode di un eccesso di diritti, quando in realtà servirebbe tornare al carcere duro – prescindendo da provvedimenti speciali tipo “41-bis” – ed in taluni casi non escluderei l’opzione dei lavori forzati. La condanna dovrebbe essere “esecutiva” già dopo il primo grado di giudizio, come accade in altre civili Democrazie Occidentali. Altro che indulti ed amnistie.

E benché fino ad oggi io abbia tentennato nel prendere una posizione chiara sul tema della pena capitale, l’assommarsi dei fatti di cronaca con quelli di un passato quantomai prossimo, m’inducono anche a rivalutare l’importanza del “patibolo”.

Omicidio, Strage, Terrorismo, Pedofilia, pochi esempi che rendono superfluo sprecare tempo e risorse con chi vi sia invischiato. Meglio la forca. Liberi gli altri, di vedere in ciò una sbrigativa forma di populismo. Non m’interessa continuare ad arrovellarmi sull’umanità delle forme di condanna, né ho intenzione di perder tempo a ragionare a mente fredda, lontano dagli eventi, filosofeggiando sulla moralità delle esecuzioni di Stato. Ed affermando ciò, non nascondo di aver sempre visto di traverso, il fatto che l’Italia, il mio Paese, si battesse in sede O.N.U. per giungere alla moratoria mondiale della pena di morte.

Non credo alle favole. Ritengo che in ogni uomo alberghi un potenziale criminale, pronto a venire alla luce. E’ un’atavica forma di sopravvivenza che permane in ciascuno di noi, è inutile negarlo. Così come non dubito che parlare d’incapacità mentale sia ormai divenuta solo un escamotage giuridico, che torna utile a qualche “Principe del Foro” per scagionare gentaglia di ogni specie e per tentare di mettere un’altra tacca, sulla “stecca” delle cause vinte…

Bambini strangolati e sciolti nell’acido, persone fatte a pezzi e disperse nei boschi, bimbi rapiti ed uccisi per una lacrima di troppo, ragazzine stuprate ed ammazzate, magari da persone care, da amici, da parenti… Non si può tentennare, specie quando alla morte violenta s’aggiunga lo scempio. Non c’è ma che tenga.

Assassini, Mafiosi e Terroristi. Quando ogni oltre ragionevole dubbio la loro colpevolezza sia dimostrata, l’unica soluzione è un colpo di pistola, con addebito della pallottola

Se è vero che la Costituzione sia un baluardo, che garantisca anche colui che commetta reati, chissà che non sia il caso di prevedere un’incisiva revisione del suo art.27? Siamo all’assurdo che il Sistema si batta per la rieducazione del reo, anche quando sin da subito sia evidente che ciò non potrà mai essere. Si dimentica troppo presto il dolore di chi abbia subito una violenza e non si da il giusto peso al “valore” della punizione e della vendetta…

Politici, intellettuali, artisti, equilibristi… Tutti capaci di prendere le difese della straniera, adultera ed omicida del proprio marito, ma in pochi disposti ad affermare di desiderare ardentemente, che il bastardo che abbia avuto la forza di strappare le ali ad un angelo finisca i suoi giorni appeso ad un albero.

Nessun perdono, nessuna pietà. E per carità, non mi si dica “Nessuno tocchi Caino”, sarebbe troppo facile… Io sto con Abele!

D.V.